Un paese di pornodipendenti

Un paese di pornodipendenti

Rimasi particolarmente colpito quando, circa tre anni fa, guardai il documentario prodotto dalla BBC intitolato “Porn – What’s the Harm?”, ossia “Porno – Cosa c’è di male?”. Andò in onda giovedì 10 aprile 2014 alle nove di sera sul canale BBC Three. Un documentario angosciante che apriva uno squarcio su una realtà incredibile: la pornografia adolescenziale. Su un campione di mille giovani emerse che un quarto di loro (250) aveva avuto accesso alla pornografia fin dall’età di 12 anni, mentre il 7% (70) aveva iniziato a navigare nei siti osé fin da 10 anni.

La risposta più frequente è che i ragazzi si aspettavano che le ragazze si comportassero come delle porno star. Qualcuno arrivava ormai a considerare le coetanee come semplici “sex objects”, oggetti sessuali, mentre altri mostravano di avere un’idea del tutto irrealista e fantasiosa del corpo femminile.

Lo studio della BBC fu curato dalla professoressa Miranda Horvath e dalla professoressa Madeleine Coy, due delle maggiori esperte britanniche di sessualità e pornografia. I risultati della ricerca hanno rilevato anche una evidente differenza di genere tra ragazzi e ragazze per quanto riguarda l’esperienza per porno online. Il 20% delle femmine, infatti, ha dichiarato di non aver mai visitato un sito porno, mentre solo il 4% dei maschi si è espresso in tal senso. Interessanti appaiono anche i dati emersi dallo studio sulle modalità di accesso alla pornografia online: il 21,8% ha dichiarato di aver cercato espressamente i siti porno; il 37,6%, invece, ha rivelato di esserci incappato accidentalmente; il 25,1% ha confermato di essere stato indotto da altri nella ricerca; l’11,5% ha risposto di non aver mai visto materiale pornografico via internet, mentre il 4% si è rifiutato di rispondere.

Oggi, a tre anni di distanza, la situazione nel Regno Unito è peggiorata.

Secondo un recente studio redatto dalla Middlesex University, commissionato dalla NSPCC, un’associazione che si occupa della difesa dei diritti dei bambini, e dal Children’s Commissioner for England, ossia l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, ormai circa il 53% dai ragazzi da undici a sedici anni naviga tranquillamente nei siti porno, e la quasi totalità (94%) ha iniziato la navigazione dall’età di quattordici anni. Dallo studio emerge, peraltro, che oggi è lo Smartphone il mezzo più usato per accedere alla pornografia online, e l’utilizzo di questo apparecchio sta aumentando in maniera esponenziale.

Questi dati allarmanti hanno provocato in Gran Bretagna un ampio dibattito nazionale sul divieto della pornografia online, che ha visto esprimersi psicologi, politici, componenti del governo, e sul quale è stata persino istituita una commissione d’inchiesta parlamentare. La preoccupazione è seria e tocca tutti trasversalmente, conservatori e liberali.

Nella nostra Italietta, penosamente radical-chic, quando Mario Adinolfi, Presidente del Popolo della Famiglia, ha osato sollevare il problema è stato letteralmente travolto da una proluvie di invettive: represso, bigotto, sanfedista, bacchettone, reazionario, censore, e via seguitando. Che pena!

Nel frattempo, mentre l’iniziativa di Adinolfi viene etichettata come un’ennesima provocazione dell’ultradestra clericale, il Policlinico Gemelli ha approntato il primo reparto per pornodipendenza da internet. Il responsabile di quel reparto, dott. Federico Tonioni ha affermato: «Negli adulti si tratta di una vera e propria dipendenza comportamentale, che come tutte le dipendenze nasce come forma di dissociazione. Chi ne soffre ha lo spazio mentale completamente occupato, a prescindere dal momento in cui si collega. Ci sono persone che, ad esempio, in ufficio aspettano la pausa pranzo per navigare sui siti porno: ma il problema non è la navigazione, ma il fatto che dalla mattina fino a pranzo non fanno che pensare ossessivamente a quel momento. Persino i sogni sono invasi dagli stessi contenuti». Ci sono storie di persone che hanno perso il lavoro, che hanno distrutto la famiglia, che hanno rovinato la relazione con il proprio partner, che hanno smarrito la cognizione del tempo, che hanno perduto il sonno, che hanno tagliato ogni contatto con la realtà, che hanno persino danneggiato la salute.

La pornodipendenza, infatti, rischia pure di incidere anche a livello celebrale. Uno studio elaborato dall’istituto tedesco Max Planck Institute for Human Development, intitolato “The Brain on Porn – Brain Structure and Functional Connectivity Associated With Pornography Consumption”, pubblicato nel 2014 sul Journal of the American Medical Association (JAMA Psychiatry. 2014;71(7):827-834. doi:10.1001/jamapsychiatry.2014.93)  ha analizzato il problema della pornodipendenza attraverso una tecnica di analisi in  “neuroimaging” che prevede la valutazione delle varie differenze focali anatomiche a livello del cervello, usando un approccio statistico, noto come mappatura statistica parametrica, che permette di analizzare in modo preciso la morfologia cerebrale. Ebbene, grazie proprio a questa tecnica, si è riscontrato nei forti consumatori di pornografia una significativa riduzione del volume della materia grigia, presente nel nucleo caudato destro del corpo striato. Non solo, dalle valutazioni contemporanee tramite Tomografia a Risonanza Magnetica, si è evidenziato che i pornodipendenti, quando “stimolati” con materiale pornografico, registrano una minore attivazione delle aree del cervello che sono invece generalmente coinvolte nell’autocontrollo. E’ emersa anche una partecipazione non regolare dei circuiti cerebrali, coinvolti nei vari meccanismi di ricompensa, presenti sempre nello striato, e che sono pure interessati nello sviluppo di tutti i fenomeni neurologici che scatenano la dipendenza.

La Società Italiana di Andrologia Medica e Medicina della Sessualità ha redatto uno studio da cui emerge che dal 2005 ad oggi il numero degli utilizzatori di siti porno è quasi raddoppiato: da cinque a otto milioni in Italia. Per essere precisi 7,8 milioni di italiani, pari al 28,9% dei 27 milioni di utenti Internet. Di questi il 10% è costituito da minorenni. «Dalla nostra ricerca – ha spiegato l’andrologo dott. Carlo Foresta – emerge che la frequentazione dei siti pornografici comincia fra i 15 e i 16 anni e avviene quotidianamente anche per 3-4 anni e c’è pure la possibilità di una sessualità attiva online, attraverso le chat». Questo è un comportamento che interrompe la maturazione sessuale, creando una sorta di assuefazione. «La dipendenza da sesso non è un fenomeno nuovo – spiega lo psicologo e terapeuta dott. Stefano Bovero – si tratta di un comportamento caratterizzato da un desiderio sessuale anomalo che coinvolge l’attività del pensiero a tal punto da interferire seriamente con le normali attività quotidiane, e persino da non consentire più di perseguire altri scopi nella vita. Oggi questo disturbo è stato inserito tra le nuove dipendenze in quanto ha considerevolmente aumentato la sua, ancorché sottovalutata e drammatica, incidenza sociale».

«Sottovalutata» afferma il dott. Stefano Bovero, ed ha purtroppo ragione. Basti osservare l’isterica e becera reazione alla proposta di Mario Adinolfi di vietare la diffusione di una simile piaga sociale.

Intanto in Russia, il Servizio federale per la supervisione nella sfera della connessione e comunicazione di massa, noto come Роскомнадзор (Roskomnadzor), ha giustamente disposto l’oscuramento dei siti porno, tra cui i due principali a livello mondiale: PornHub e YouPorn. Immediata la levata di scudi contro il governo russo accusato di censurare la Rete, di attentare alla libertà, di impedire l’accesso a Internet. Interessante la risposta che l’incaricato del governo ha dato a chi chiedeva quale fosse l’alternativa ai siti oscurati: «Carissimo, l’alternativa è conoscere qualcuno nella vita vera». Sante parole!

Vabbè, però ti dicono questa è la Russia dello “zar” Putin, una «bieca dittatura», un «regime totalitario dove vige propaganda e censura», contro cui «sono state persino irrogate sanzioni internazionali». Se qualcuno – a torto – pensa così, prendiamo allora il caso dell’Islanda, che non mi pare sia proprio un Paese “culturalmente arretrato” e che, peraltro, fino al 2013 ha avuto alla guida una donna, Jóhanna Sigurðardóttir, primo capo di governo al mondo dichiaratamente omosessuale.

Ebbene, in Islanda – dove, ai sensi dell’art. 201 del codice penale, qualsiasi pubblicazione pornografica costituisce un reato punibile con una multa o reclusione fino a sei mesi – stanno seriamente discutendo il divieto della pornografia online, preoccupati per il grado di “violenza” che emerge dalle immagini di sesso esplicito e dall’effetto che può avere soprattutto verso gli adolescenti.

Halla Gunnarsdóttir, quando era consigliera del ministro dell’Interno Ögmundur Jónasson ha dichiarato: «I dati ci mostrano che l’età media dei minori che accedono ai siti porno è di undici anni e noi siamo seriamente preoccupati della natura violenta delle immagini cui questi minori sono sottoposti, e abbiamo registrato un ampio consenso da parte dell’opinione pubblica che invoca un’azione a riguardo». «Oggi Internet», ha continuato la consigliera, «fa parte della nostra società, non possiamo farne a meno, è importante, ma qui non si tratta di impedire lo scambio di informazioni; noi qui nel nostro piccolo Paese siamo una democrazia compiuta ed avanzata, e ciò che intendiamo mettere in discussione è la salute dei nostri bambini e il loro sacrosanto diritto di crescere e svilupparsi in un ambiente protetto e non violento». «C’è qualcuno che sostiene», ha concluso la Gunnarsdóttir, «che il divieto della pornografia online sarebbe tecnicamente impossibile da realizzare, ma noi intendiamo esplorare tutte le possibilità e prendere una decisione su cosa fare e come agire».

Nella liberal, moderna, avanzata e progressista Islanda, si vantano di aver varato una legge che proibisce la pubblicazione e diffusione di materiale pornografico, una legge dal 2010 che ha disposto la chiusura degli “strip club”, per tutelare la dignità delle donne, e una legge dal 2009 che incrimina i clienti maschi delle prostitute.

Bè, se l’Islanda rappresenta il parametro dell’evoluzione moderna, il fulgido esempio di una vera “thriving democracy”, una «democrazia compiuta ed avanzata» come ama definirsi, allora forse il Popolo della Famiglia è molto, ma molto più avanti di tanti radical-chic provincialotti del nostro sciagurato Paese.

Gianfranco Amato